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Pisa/Quartiere Saint Gobain: tra architettura sociale e sapienza costruttiva

Articolo di Vittorio Gimigliano

A Pisa, la fabbrica Saint Gobain Chauney rappresenta una rilevante parte della storia moderna e contemporanea della città. Nel quartiere di Porta a Mare sono ancora oggi riconoscibili le geometrie degli stabilimenti del tardo ‘800. Poco più a nord, lungo la via Aurelia, fu indetto nel 1952 un concorso internazionale di progettazione urbanistica ed architettonica per la realizzazione del nuovo quartiere per gli operai, funzionari e dirigenti della Saint Gobain.

Vinse il progetto redatto dalla Cooperativa Architetti ed Ingegneri di Reggio Emilia, prima cooperativa di professionisti, fondata nel 1947. Fu invece Ignazio Gardella ad elaborare il progetto architettonico definitivo destinato ad accogliere i dirigenti e funzionari della Saint Gobain. Il quartiere è un abaco delle quasi infinite possibilità della tipologia abitativa a schiera, insediate in un tessuto che si caratterizza per differenti scale di fruizione dello spazio edificato, pubblico, semipubblico, privato.

Differenti soluzioni compositive si alternano a comporre una trama insediativa sorprendente, che rende unica questa parte di territorio oggi incluso nel perimetro della città, tra l’Arno e l’ippodromo di San Rossore. Il quartiere ha rappresentato anche una prima sperimentazione di edilizia abitativa sociale, anticipatrice di quel Piano Ina-Casa che, dal 1955 al 1964, ha consentito di garantire il diritto alla casa ai tanti e nuovi abitanti delle città italiane. Gli alloggi erano assegnati dalla Saint Gobain con la modalità della locazione a termine. Il canone mensile equivaleva ad una rata di anticipo per l’acquisto differito dell’abitazione. Una soluzione finanziaria e gestionale innovativa che ha garantito, in quegli anni, la coesione sociale e il diritto alla casa.

Oggi il quartiere mostra i segni dello scorrere del tempo. Da quasi trent’anni gli abitanti sono divenuti proprietari. Questa mutazione del regime d’uso dell’abitazione ha portato ad una rapida parcellizzazione delle aree comuni, alla realizzazione di recinzioni e confini di proprietà un tempo inesistenti. La gate community ha preso possesso di questi luoghi comunitari. Mentre la caratteristica tipologica delle abitazioni e la qualità ambientale delle aree pertinenziali attraggono nuovi abitanti, ma soprattutto nuovi acquirenti.

Qui, durante la Grande Crisi, il valore immobiliare non è crollato, e il processo di gentrification è in piena attuazione. Se l’architettura sociale non è più riconoscibile, rimane invece l’architettura, la competenza e la sapienza di Ignazio Gardella e delle maestranze che realizzarono il villaggio, con pochi mezzi tecnologici e grande capacità di esecuzione: fondazioni stabili in un terreno acquitrinoso e attraversato dalle falde superficiali marine, vespai areati di pietra, murature in mattoni pieni, il cemento utilizzato con precisione, solai leggeri realizzati in opera e con tecniche costruttive da manuale, infissi alla viareggina in legno di pitch-pine, leggeri e resistenti ai venti marini, basse sedute, muretti e poi la palladiana, un lago di pietra verrucana, ora rossa e violacea, ora grigia-verde e, come unico elemento di decoro, il pavimento alla veneziana per il pianerottolo di ingresso.

“L’Architettura: fantasia di precisioni.”*

(*Amate l’architettura; Giò Ponti 1957)

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